Il Garante Privacy si pronuncia sullo shopping online e mette divieto sullo spam.

“Gli utenti devono poter navigare liberamente su siti di e-commerce senza essere obbligati a rilasciare il consenso per usare i loro dati personali per finalità di marketing.” Questo è quanto deliberato dal Garante Privacy a seguito della segnalazione, da parte di alcuni utenti, che denunciavano di aver ricevuto e-mail di pubblicità indesiderata, da parte di una società di e-commerce.

Tutto questo senza che fosse rispettato il diritto di opposizione al trattamento dei loro dati personali.

Dalle indagini, svolte in collaborazione con la Guardia di Finanza, è emerso che gli utenti, una volta avviata la procedura per procedere al pagamento sul sito di e-commerce della società indagata, erano costretti a compilare preventivamente un modulo di registrazione che li obbligava ad accettare i termini e le condizioni di utilizzo dei dati personali. In caso contrario la navigazione non era in alcun modo consentita.

La policy del sito, oltre che permettere l’utilizzo dei dati per le finalità connesse ai servizi online, prevedeva però anche l’utilizzo da parte di terzi, degli indirizzi email degli utenti a fini di marketing. 

Nel provvedimento il Garante ha rammentato che “il consenso per il trattamento dei dati personali, per essere valido, non deve essere condizionato, ma libero e specifico, oltre che acquisito prima dell'invio di comunicazioni promozionali”.

Obbligare quindi gli utenti a ricevere pubblicità solo per avere accesso a una vetrina online, è perciò vietato.

I dati richiesti per accedere alla vetrina inoltre violavano in toto i principi di minimizzazione di necessità previsti dal Codici Privacy, che prevede la richiesta e raccolta del minor numero di informazioni personali possibili e l’obbligo di rilevanza esclusivamente per la finalità richiesta.

La sentenza, in definitiva, ha vietato alla società l’utilizzo dell’intera banca dati personali raccolti, per le attività pubblicitarie.

Tutto il mondo tecnologico intorno a noi raccoglie continuamente i nostri dati personali. E noi glieli regaliamo come se non avessero valore.

La tecnologia ormai è tutt’intorno a noi. Abbiamo computer in ogni casa e ufficio e cellulari in ogni tasca. Oggetti inanimati ma profondamente intelligenti, che ci conoscono meglio di chiunque altro. 

Conoscono il nostro nome e la nostra età, il nostro conto in banca, la nostra salute, che musica ci piace, quanto sport facciamo e se siamo bravi a farlo. Sanno dove andiamo e quanto tempo impieghiamo per andarci. Ricordano per mesi cosa abbiamo comprato e anche cosa avremmo voluto comprare ma poi non lo abbiamo fatto. 

Con l’avvento dei social network poi, sanno anche chi sono i nostri amici più cari, con chi ci piace parlare, se siamo fidanzati e, nei casi più estremi anche se siamo degli assassini.

Ma di chi sono tutte queste informazioni?

Una volta avremo risposto senza pensare: sono mie. Ora le cose sono diverse. Noi le barattiamo in cambio di un servizio più o meno (di solito meno) necessario. 

Questi dati personali non appartengono quindi a noi e nemmeno ai nostri cari.

Se la privacy, in passato, era prerogativa di istituzioni governative e Stati democratici, oggi è affidata alle aziende tecnologiche. Apple, Facebook, Amazon, Google. Grandi nomi a cui noi abbiamo rivelato, più o meno consapevolmente, chi siamo stati, chi siamo e chi vorremmo essere. 

Le informative sulla privacy che ci fanno accettare, spesso anche tacitamente, ci dicono che loro terranno al sicuro i nostri dati, che non li daranno mai all’esterno (confini allargati però, non parliamo di singolo Paese ma, almeno, di Comunità Europea) e, i più gentili, ci diranno anche per quanto tempo li conserveranno.

Sintetizzando: i nostri dati sono tutto quello che siamo, i nostri dati siamo noi.

Assurdo quindi pensare che li regaliamo, ci regaliamo, alle aziende in cambio di dieci secondi di gloria sotto forma di like. 

Non siamo assolutamente spaventati o, peggio, consci dei pericoli di questa tratta di informazioni, non consideriamo il furto di identità a meno che un ransomware non ci ricatti direttamente, costringendoci a pagare per avere indietro qualcosa che, nella maggior parte dei casi, non vorremmo fosse divulgato più per evitare l’imbarazzo che per altro.

Bando alle email di spam e alle chiamate dai call-center Balcani, noi vogliamo essere iscritti a Facebook e lo volgiamo gratis.

Sì perché se ci proponessero lo stesso servizio a un prezzo irrisorio (come ad esempio gli iniziali 0,79 cent annuali per Whatsapp) in cambio dell’anonimato, sarebbe subito insurrezione popolare. 

Ecco quindi svelato un mistero che di misterioso ha ben poco: il vero business dei social network (e della tecnologia più in generale) siamo noi. Noi, come individui, facciamo girare un mercato che vale, secondo uno studio commissionato da DG Connect, 60 miliardi euro e che è destinato a crescere.

Noi siamo un business, siamo un prodotto che ha un valore (calcolato da Facebook) e che, di riflesso, è il valore che si può dire diamo a noi stessi.

E il nostro valore è di 16 dollari.

Un video girato dai dipendenti di una filiale di Banca Intesa per un concorso interno finisce online. Tra le tante domande sul caso una in particolare: come ci è finito quel video su Facebook?

Ormai la storia non fa più notizia: due giorni fa sono finiti online un paio di video girati dai dipendenti di due filiali di Intesa Sanpaolo, destinati invece a un concorso aziendale interno.

Non entreremo nel merito cinematografico del video. 

Non parleremo nemmeno del fenomeno dell’aziendalismo che forse è un po’ sfuggito alle risorse umane di Intesa (ci ha già pensato il Post).

Non ci addentreremo nemmeno nel campo della gogna pubblica verso la direttrice di banca, di cyberbullismo abbiamo già parlato qui.

Parleremo invece di privacy e di protezione dati.

Ci siamo chiesti infatti come sia possibile che, a pochi mesi dall’attuazione del GDPR, un’azienda come Intesa, che è una banca, quindi è un ente a cui milioni di persone affidano i propri risparmi, ritenendoli al sicuro nei loro sistemi, non sia in grado di proteggere i propri dipendenti da un leak di questo livello. 

Ricostruendo la storia, pare che un dipendente abbia sottratto il materiale video destinato a un concorso interno, e poi lo abbia condiviso su Whatsapp con degli amici. Da qui alla viralità il passo è breve. Un colpevole quindi c'è anche se, per ora, non ha ancora un'identità.

Eppure il Regolamento Europeo per la Protezione dei dati personali parla chiaro: la diffusione di dati (o “contenitori di dati”, come ad esempio un video che renda riconoscibile la persona filmata) dei dipendenti è assolutamente vietata, se non esplicitamente approvata dall’interessato, e ogni furto di informazioni sensibili va denunciato al Garante della Privacy entro 72 ore, che si attiverà per verificare i sistemi di sicurezza dell’azienda, per poi decretarne la responsabilità, arrivando a sanzioni che possono toccare il 4% del fatturato mondiale annuale.

Fino a maggio 2018 però il GDPR non sarà attuato e quindi l’ammontare delle possibili sanzioni non sarà a questi livelli. 

È però assurdo che proprio in un momento in cui la tutela della privacy dovrebbe essere una priorità per il mondo aziendale, a fronte dei nuovi adempimenti necessari in ottemperanza alla normativa europea, si cada in strafalcioni del genere e si ponga in essere un comportamento irrispettoso delle più banali regole del Codice Privacy, del nuovo Regolamento e, più banalmente, del buon senso.

Tra le nuove regole del nuovo GDPR, c’è anche il potenziamento della protezione dei dati che riguardano i minori.

La tutela dei dati personali, ormai lo sappiamo, sta per essere completamente stravolta dall’applicazione effettiva del nuovo GDPR, che entrerà in vigore da maggio 2018.

Tra i cambiamenti che il nuovo Regolamento Europeo prevede ci sarà un rafforzamento sulle regole di raccolta dati che riguardano i minori. 

La questione è posta soprattutto nell’ambito del trattamento digitale della privacy dei minorenni e vuole regolamentare la raccolta dei dati da parte di quei siti che poi li potrebbero utilizzare per fini commerciali. 

In particolare parliamo quindi di social network.Ad oggi i principali social, come Facebook, Instagram, Whatsapp, Snapchat e Youtube, impongono l’età minima di iscrizione a 13 anni e prevedono che siano gli utenti stessi a segnalare eventuali minori che utilizzano il servizio cambiando, ad esempio, la data di nascita (qui il modello di Facebook)

.Il nuovo GDPR invece ha prescritto, all’articolo 8, l'obbligo di impedire l'offerta diretta di servizi della società dell'informazione (quindi iscrizione ai social network e ai servizi di messaggistica) a soggetti minori di 16 anni, a meno che non sia raccolto il consenso dei genitori (occorre accertare che il consenso sia dato dall'esercente la patria potestà). 

La normativa prevede comunque che questo aspetto possa essere diversamente regolato dai singoli Garanti nazionali, ponendo insindacabilmente però, un limite non inferiore ai 13 anni.

Il Garante Italiano, al momento, non si è ancora formalmente espresso in proposito.

È importante sottolineare infatti che l’iscrizione a un servizio come quello di Facebook non è una semplice iscrizione a un social, bensì un vero e proprio contratto, con il quale l’utente acconsente a una profilazione aggressiva, non solo dei propri comportamenti, ma anche sulla propria persona.

Non solo social media però, un altro compito importante che avrà l’Autorità Garante della Privacy, definito con la legge 71 del 2017, sarà quello di gestire atti di cyberbullismo. La legge prevede misure di prevenzione ed educazione nelle scuole, sia per la vittime sia per gli autori di bullismo digitale. 

I minori potranno chiedere l'oscuramento o la rimozione di contenuti offensivi senza dover informare i propri genitori. La richiesta va inoltrata al gestore del sito o al titolare del trattamento e, solo se necessario (questa volta a mezzo dei genitori) al Garante, che interverrà entro 48 ore.

A questo link è possibile scaricare il modello per la segnalazione di atti di cyberbullismo.

I Cyber criminali hanno preso di mira i dati sanitari: rubano informazioni relative a farmaci e referti medici, col fine di rivenderle o richiedere un riscatto ai pazienti.

I dati sanitari di ognuno di noi altro non sono che ciò che identifica la nostra “storia di salute”. Risultati di esami del sangue, esiti di tac o radiografie, referti medici, farmaci prescritti e via dicendo, dovrebbero quindi essere sempre blindati, al sicuro dall’attacco di cyber criminali. 

Dovrebbero. Questo condizionale perché, a seguito di uno studio effettuato da Accenture, è emerso che, negli Stati Uniti, oltre il 26% degli intervistati ha subito un attacco ai propri dati sanitari, dovendo poi pagare di propria tasca il riscatto, per l’ammontare di circa 2500$ a paziente. 

Per cosa vengono usati questi dati dai criminali? Semplice: per il pagamento di prestazioni mediche fraudolente, per l’acquisto di farmaci o semplicemente per acquistare oggetti.

Quindi, se da una parte questa evoluzione digitale sta portando incredibili vantaggi al settore medico-scientifico, dall’altra la scarsa protezione dei sistemi informatici della sanità, sta creando un enorme danno agli utenti che sì, possono agilmente ritirare i propri referti o prenotare visite online, ma sono anche esposti a pesanti rischi in materia di protezione dati. 

E in Italia?

Anche qui non siamo molto sicuri. Nel 2016 una ASL ha subito l’attacco di un cryptolocker (qui abbiamo parlato di virus e di cosa sono) e ha dovuto pagare un riscatto per riavere i propri dati. 

I rischi legati ai ransomware stanno crescendo esponenzialmente negli ultimi anni e, più grave, non vengono gestiti in modo efficace.

Oltre a dover far fronte a questi attacchi poi, il Garante Privacy è dovuto intervenire più volte contro diverse strutture sanitarie, i cui dipendenti accedevano abusivamente ai dati di amici e parenti. Questo ad aggiungersi a una pratica sempre più comune tra i medici che è quella di scambiarsi i referti per il consulto tramite applicazioni poco sicure come Whatsapp. 

Perché attaccare la sanità.

Rubare dati sanitari comporta il blocco delle attività di un ospedale, impedendogli di erogare i propri servizi. Essendoci in gioco la salute (se non la vita) delle persone, il pagamento del riscatto è quindi rapido e pressoché assicurato. Le informazioni contenute nelle cartelle cliniche inoltre sono molto più complete in quanto non riguardano solo i dati anagrafici dei pazienti ma contengono anche informazioni sensibili sulla salute, il gruppo sanguigno ed eventuali patologie. 

Ad essere sotto attacco però non ci sono solo i dati sanitari ma anche i dispositivi medici quali monitor personali e pompe di fusione.

Questi argomenti verranno approfonditi al Security Summit di Verona 2017 il prossimo 4 ottobre, con la presentazione della nuova edizione dei Rapporto CLUSIT.

Grazie a un buco nel sistema telematico dell’Agenzia delle Entrate, con un semplice codice fiscale si potevano vedere e scaricare le fatture trasmesse ai cittadini.

Una falla scoperta solo recentemente, un buco enorme nel sistema telematico gestito dalla società pubblica Sogei, un bug che ha permesso a chiunque avesse le credenziali per accedere al sito internet dell’Agenzia delle Entrate - Riscossione di consultare liberamente i dati fiscali dei cittadini, per un tempo ancora non quantificato. 

Accedere a questi dati pare fosse anche piuttosto semplice: una volta inserito il codice fiscale di un qualsiasi contribuente, era possibile scaricare tutte le fatture trasmesse all’Agenzia, comprese quelle di clienti e fornitori. Inserendo invece il codice di un commercialista, era possibile vedere in chiaro tutti i dati: i suoi e quelli dei suoi clienti. 

Scoperta la vulnerabilità, il canale di accesso ad Entratel via web è stato prontamente bloccato. L’intervento tuttavia non è bastato a placare l’ira del direttor Ruffini, che si dice determinato a scoprire eventuali responsabili interni ed esterni.

Sia Ruffini sia Andrea Quacivi, Amministratore Delegato di Sogei, sono stati convocati dal Garante della Privacy Antonello Soro, che cercherà di far luce sulle responsabilità e sulla possibile prevedibilità dell’incidente a seguito delle mancate attuazioni delle misure di sicurezze previste per la protezione dati.

Con l’attuazione del GDPR, dal 25 Maggio 2018, diventa infatti obbligatorio poter dimostrare la capacità dei propri sistemi di difendersi dalle minacce, oltre che l’attuazione dell’analisi dei rischi, che sarà da presentare completa di esito. 

Questa falla nei sistemi dell’Agenzia delle Entrate arrivata proprio nel momento in cui si cerca di spingere i privati verso la fatturazione elettronica, lascia enormi dubbi sulla tutala dei contribuenti, rendendoli possibili vittime non solo di attacchi malevoli ma anche dell’ingenuità delle infrastrutture.

Che cos’è un ransomware? Come si diffonde? E cosa comporta? Tutto quello che c’è da sapere sui più recenti e temuti virus informatici.

I ransomware sono una delle minacce che hanno registrato la crescita più forte negli ultimi anni. Si tratta di oggetti malevoli (malware, di cui abbiamo già parlato qui) che, una volta eseguiti sulla macchina dell’utente, cifrano i suoi file personali con una chiave crittografica mantenuta segreta, bloccandoli al proprietario.

I file vengono così letteralmente "presi in ostaggio" e solo il pagamento di un riscatto ne permetterà la decodifica. Più il tempo passa e più la somma di denaro richiesta aumenta, fino a che, al mancato pagamento dell’utente al termine di una scadenza, la chiave di decodifica viene definitivamente cancellata, facendogli così perdere i dati per sempre. 

Il versamento di solito viene richiesto nella crittovaluta BitCoin: in questo modo la transazione avviene senza intermediari e non è tracciabile.

Tecnicismi

Il ransomware in sé altro non è che una normale applicazione che utilizza algoritmi crittografici, in genere non violabili. L'algoritmo RSA, ad esempio, così come gli altri algoritmi crittografici di tipo asimmetrico, poggia il suo funzionamento sull'uso di una chiave per cifrare il messaggio (chiave pubblica) e una per decifrarlo (chiave privata). Nonostante le chiavi siano dipendenti tra loro, non è possibile risalire all’una utilizzando l’altra e ciò rende questo metodo di crittografia, detto “asimmetrico”, uno dei più sicuri. 

Nel caso del ransomware, questa coppia di chiavi viene usata dal virus per cifrare tutti i file personali dell’utente (o comunque quelli che hanno una determinata estensione come .doc, .pdf, .docx ecc.) e, mantenendo la chiave di decifratura segreta, impedendogli l’accesso ai suoi dati. 

La differenza tra questi malware e i software legittimi sta nel fatto che, mentre la chiave pubblica rimane sul sistema dell’utente, la chiave privata viene tenuta su dei server privati, a cui gli utenti non possono accedere. 

In sintesi: ogni file crittografato con una certa chiave pubblica può essere decodificato soltanto usando la corrispondente chiave privata e i ransomware altro non fanno che codificare la chiave pubblica e nascondere quella privata fino al pagamento di un riscatto.

Cosa sono i dati di cui stiamo parlando

Spesso accade che l’utente medio non prenda troppo sul serio queste indicazioni, in quanto non ha chiara l’idea di cosa siano questi “dati” di cui si impossessa un ransomware. 

Quando parliamo di dati privati contenuti in un computer o in un server, non ci riferiamo soltanto al nome e alle foto personali dell’utente ma anche a particolari molto più privati, come l’indirizzo, il numero di telefono, i codici pin e le password che si usano per accedere a siti, mail e, perché no, conti in banca.

Se l’attacco a un privato può quindi essere molto nocivo, immaginate i livelli di danni che può fare questo virus ai server di ospedali, banche, compagnie telefoniche o pubbliche amministrazioni.

Come proteggersi

Vista la delicatezza delle informazioni da proteggere è quindi necessario usare delle semplici precauzioni:

1. Non aprire mai gli allegati mail sui quali si hanno dei dubbi. Il mittente dell'email può non essere quello reale quindi è bene controllare attentamente l’indirizzo (che potrà essere sì molto simile, ma mai uguale a quello originale) e il testo della mail, verificando che sia attendibile. 

2. Utilizzare un buon antivirus/antispam lato server.

3. Utilizzare delle protezioni che agiscano a livello di singola macchina e non solo sul sistema centralizzato. 

4. Quando si lavora in Windows, usare un account utente standard per il lavoro quotidiano e non uno amministratore. In questo modo non si aprono gli accessi a livelli superiori ad eventuali attacchi. 

5. Attivare la visualizzazione delle estensioni conosciute in Windows e non fare mai doppio clic sui file con una doppia estensione.

6. Fare il backup dei dati preziosi. Tutti i file che servono devono essere salvati su un disco esterno che va staccato dal pc una volta completato il backup.

7. Le password di accesso alla mail, ai social e ai siti, infine, devono essere sufficientemente complesse e cambiate almeno ogni tre mesi.

8. Aggiornare tutti i software che si utilizzano, sistema operativo compreso.

Cosa fare se si viene colpiti da un ransomware

Premettendo che non sempre è possibile recuperare i dati che sono stati sottratti, come prima cosa, una volta che si viene colpiti da questo malware, è bene verificare quale ransomware ha crittografato i propri dati. Per fare ciò è necessario, a meno che non si sia esperti in materia, chiamare un professionista. 

Nel caso in cui venga richiesto un pagamento, ricordiamo che cedere a un’estorsione è un reato e quindi è bene fare subito denuncia alla polizia postale.

 

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